Venire da, essere di…

Un’altra cosa a cui mi sono adattato, qui in Israele, è la frammentarietà amministrativa. Dalla macroscopica frammentazione tra Stato d’Israele, Gaza, West Bank (e a sua volta la tripartizione della West Bank in tre aree di giurisdizione dal pieno controllo israeliano al pieno controllo palestinese) alla più specifica distinzione tra insediamenti arabi e insediamenti israeliani (come ad esempio la Nazareth alta degli ebrei e la Nazareth bassa degli arabi), si arriva infine ad una capillare rete di moshav e kibbutz a cui una discreta parte della popolazione ebraica, abbastanza discreta da non stupire nessuno dire ‘vengo dal moshav Telamim’ o trovare un concorrente televisivo del kibbutz Rachel, ancora appartiene. Anche il mondo arabo ha le sue bolle amministrative, come mi raccontava un coetaneo nel viaggio in autobus da Tiberia a Nazareth: lui è di un paese musulmano dove quindi è vacanza il venerdì; una corona di paesini (cfarim) sulle alture di fronte è a prevalenza cristiana, quindi è vacanza la domenica; per la maggioranza degli arabi, inseriti in un mondo a prevalenza ebraica, si riposa il sabato. La topografia ebraica, però, è ben più singolare: nonostante la maggioranza della popolazione sia concentrata nelle grandi città, con Gerusalemme, Tel Aviv e Haifa insieme a coprire più di un terzo dell’intera popolazione di Israele (circa 7 milioni e mezzo, di cui 2 milioni arabi), complice un territorio per il 60% desertico resta una discreta porzione di abitanti distribuita in piccole cittadine e  in particolari forme d’insediamento accomunate da una caratteristica fondamentale: la selezione all’ingresso. Che sia una formalità, come nella maggioranza dei moshav, o un vero e proprio test d’ingresso come a Yotvata, resta il fatto che la comunità deve accogliere il nuovo membro e questo deve abbracciare, oltre alla legge d’Israele, un ulteriore legislazione interna. Segno più visibile del salto giuridico è il cancello automatico, di solito giallo (non so perchè), che introduce all’insediamento, interamente cinto da filo spinato. I motivi reali di queste moderne mura mi sfuggono, sia per l’assenza di pericoli sia per l’insignificanza di una rete metallica di fronte a un Farj-5 di produzione iraniana, tuttavia ci può servire per entrare nella logica dell’insediamento. Abitare in un moshav non significa solo aver comprato casa là e risiedervi. D’altra parte, non significa nemmeno devolvere il proprio stipendio alla comunità e ricevere in cambio un budget mensile uguale a quello di tutti gli altri membri, come accade invece nei kibbutz socialisti. Ciò che trovo di comune a entrami, oltre all’originaria dedizione all’agricoltura, è la presenza di un’assemblea centrale che amministra e investe le risorse collettive, nella maggior parte dei casi raccolte come sovrattassa più o meno alta a seconda della coesione che l’insediamento ricerca; dal fondo comune derivano servizi comuni, responsabilità comuni, codici di comportamento comuni e infine mentalità comune: mi sono adattato all’idea che venire da un luogo, specialmente da questi isolotti altamente indipendenti, ma lo stesso vale per molti quartieri ad influenza di una certa comunità con la propria amministrazione interna (ad esempio i quartieri ultra religiosi o i kibbutz in città), vuol dire essere di un luogo e incarnarne in qualche modo lo spirito. Il tutto, insieme, genera forte esclusività: il confine tra dentro e fuori è netto, di un netto che l’abitante della normale cittadina (come me) non può capire.

Qualche esempio. Kibbutz e moshav, a seconda della grandezza e della ricchezza, cercano di fornire educazione autonoma ai propri figli: si va dalle scuole materna, elementare, liceo del ricco kibbutz agli scout, le attività e i doposcuola del piccolo moshav; investimenti economici comuni, dalla fabbrica all’acquisto di macchine agricole col fondo della comunità e ad utilizzo esclusivo e condiviso della comunità, ristoranti e negozi di proprietà della comunità e gestiti da membri della comunità; strutture, dal campo da calcio alla piscina olimpionica allo zoo e il ranch, come qui a Maagan Michael; infine autentico senso di appartenenza, con vacanze e ritualità (grigliate, gite annuali, feste di vario tipo) comunitarie, organizzate e sovvenzionate privatamente: i membri dell’insediamento crescono davvero insieme, nell’isolotto, diventando per forza di cose una seconda famiglia. Le prerogative dell’assemblea collettiva variano moltissimo da insediamento a insediamento e la più evidente riguarda il piano regolatore: dove e quanto si costruisce, in quale materiale, di che colore i tetti, a spese di chi. Qui a Maagan Michael, ad esempio, è stato votato più volte per l’insabbiamento di vasche dei pesci e la costruzione al loro posto di nuove abitazioni, le quali sono assegnate in base al numero dei componenti della famiglia, l’anzianità dei membri, la mansione all’interno del kibbutz, e alle quali è concesso apportare modifiche strutturali pagando di tasca propria; anche l’arredamento è a carico dell’occupante che, in caso di ricollocamento, ha diritto di traslocare i propri beni. Alle case di  Yotvata, invece, non sono ammesse modifiche strutturali e infatti il kibbutz si presenta molto più ordinato e regolare; dovrei controllare, ma credo che anche il patrimonio personale dei membri di Yotvata debba andare alla cassa comune, vale a dire nessun membro può avere un conto bancario privato al di fuori di quello controllato dal kibbutz. Altra voce importante sono i trasporti: molti kibbutz si sono dotati di un parco auto comune con assicurazione cumulativa, di modo che i membri possano usufruirne (iscrivendosi su apposite liste d’attesa) con responsabilità limitata in caso d’incidente; i più individualisti moshav, invece, si limitano in genere a fornire servizi di trasporto comunitari per scuolabus e shuttle di spola con la città più vicina. Tra le prerogative più rilevanti c’è la regolamentazione del lavoro, che invece in Italia è competenza esclusiva dello Stato centrale, unico a poter richiedere legittimamente prestazioni forzose: sia a Maagan Michael che a Yotvata il pensionamento per gli uomini è a 67 anni, contro i 65 per il normale cittadino israeliano, e chiaramente in entrambi buona parte della pressione fiscale riguarda il kibbutz, che eroga la quasi totalità dei servizi alla persona al posto dello Stato (principali eccezioni sono ospedali, l’acqua e l’energia elettrica, monopolio di Stato, e spiagge e riserve naturali che sono demaniali e solo in concessione al kibbutz).

Come si capisce, lo Stato d’Israele, complice la contingenza storica di un tessuto sociale variegato e antecedente alla nascita giuridica dello Stato, ha optato per un’amministrazione territoriale fortemente decentralizzata per riconoscere e garantire queste autonomie e il loro peculiare status giuridico, di fatto enormi condomini dalla grande ingerenza sulla vita del condomino.  Il risultato è una società, oltre a una topografia, a pelle di leopardo, ospite di una ricca gradazione di stili di vita dal totale individualismo al più rigido comunismo. Sarà per questa autodeterminazione, sarà per la freschezza di uno Stato fondato da immigrati, ma questi esperimenti (ormai ben collaudati) di convivenza collettiva sono proprio i più liberali: omosessualità, divorzio, ateismo ricevono asilo ben più sincero in kibbutz o nel moshav piuttosto che nell’ipocrita tolleranza cittadina dove, appunto per assenza di un limite netto tra appartenenza e indipendenza, è più pressante la tentazione del conformismo. Che dipenda tutto dalla politica territorale? Non credo: pensate a rimettere la vostra vita, in Italia, nelle mani dell’assemblea di condominio.

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