Fiumi di parole

Temporale in arrivo.

Oggi (lunedì 12 novembre) ha pioviuto. Poche gocce, ma tanto basta per segnare una tacca sulla cintura. Stamattina andando al lavoro il cielo nero sulle montagne lasciava presagire bene e il venticello pomeridiano più frizzante ha promesso ancora meglio. Poi la breve escursione al tramonto sulle montagne con Liu, il koreano dal pessimo inglese, e Juan, l’ecuadoriano dal pessimo accento, con l’affacciarsi su una destesa collinosa di terra e pietre aguzze come lame a perdita d’occhio ha infine confermato il presagio: acqua in arrivo.

In refettorio l’ettricità dell’aria eccitava un po’ tutti: nonostante i giardini rigogliosi e la sala macchine invasa di vapore, l’acqua è una cosa preziosa, o se non altro speciale, quaggiù e tutti se lo ricordano, tanto più quando viene regalata dal cielo senza bisogno di scoperchiare tonnellate di terra e massi da suolo. La mia ansia di vedere i diluvi ‘invernali’ (scrivo in maglietta e calzoncini dalla veranda all’aperto) è dovuta allo strano fenomeno a cui danno vita: la terra, troppo inaridita per assorbire le gocce, le lascia scivolare verso valle, una dopo l’altra, finchè tra una pietra e l’altra non si creano vere e proprie piene esplosive che trascinano con sè tutto ciò che incontrano sul loro kilometrico cammino…pressochè solo sabbia e sassi, dato il l’ambiente circostante. Queste poderose piene sanno fare considerevoli danni, come allagare Yotvata o paralizzare la già rilassata vita di Eilat, nonchè scavare le montagne nei loro tipici kanion vertiginosi.

Questo fenomeno naturale è detto ‘שטפון’ (copia incolla su youtube per i video), il che mi dà l’occasione di spiegare brevemente, a voi come ai miei colleghi sudamericani, un pezzetto del fascino delle lingue semitiche. La parola, che si legge ‘shitafon’, custodisce tra le righe una cosiddetta radice, portatrice della sua essenza semantica. Le radici, quasi sempre trilittere, non sono parole progenitrici, come nel caso indoeuropeo dei nomi originali e dei loro derivati come ‘casa’ e ‘caseggiato’, sono piuttosto quanto di più vicino al concetto astratto un segno possa ambire: in questo caso .ש.ט.פ. è la radice del nome e racchiude il concetto di ‘lavare con impeto, travolgere’. Ogni parola ebraica è riconducibile a una radice. La parola più vicina alla radice pura è la terza persona maschile del passato del cosiddetto paal (la radice del nome ‘verbo’ in ebraico è .פ.ע.ל, letto ‘p.lettera-muta-inesistente-in-italiano.l’), una delle coniugazioni dei verbi, che dunque è indicizzata sul vocabolario come lo è la prima persona del presente in latino. Ora applicando apposite vocalizzazioni e lettere ausiliarie a questo nucleo essenziale di significato l’ebraico, in quanto lingua pianificata meno di duecento anni fa, ti permette di declinare le varie ‘forme’ logiche al contenuto semantico con elegante regolarità. Ad esempio l’uscita maschile ון (‘on’) è tipica dei nomi è maschili, la femminile ות (‘ut’) degli astratti, la vocalizzazione in doppia ‘a’ della radice, identica alla terza maschile del passato paal, è spesso il nome di una professione. Anche le coniugazioni dei verbi seguono un ordine puntuale di vocalizzazione e prefissazione e pare che in origine ciascuna avesso una precisa intonazione modale, di cui oggi resta solo una lontana eco: dalla forma base del verbo paal, il nifal ne è spesso il passivo, l’hitpael il riflessivo, l’hifil l’intensivo (far fare qualcosa, come ‘bere’ e ‘far bere’). Inoltre ogni declinazione verbale produce una particolare classe di nomi, detti appunto ‘nomi di verbo’, ancora con determinate regole di vocalizzazione. Ad esempio dal verbo katav, ‘scrivere’, si genera ktivah, ‘scrittura’, e dal verbo halach, ‘andare’, si genera il nome halicha, ‘andata’, e, con una lieve alterazione per disambiguare, Halacha, l’insieme delle regole religiose a partire dai comandamenti della Torah. Vi lascio dunque immaginare la soddisfazione con cui il dilettante che si accinge allo studio di questa lingua scopre che, a partire dalla radice .פ.ג.ש., può produrre e declinare per ogni persona di ogni tempo i verbi ‘incontrare’, ‘essere incontrato’, ‘darsi appuntamento’, ‘incontrarsi’, e il nome ‘incontro’, il tutto senza esercizio mnemonico ma per sola logica derivativa, dal punto di vista sintattico niente più che un algoritmo.

Interruttore della sala macchina.

Questo particolare sistema linguistico, comune anche all’arabo e all’aramaico di cui però non so nulla, risulta essere suggestivo e potente nel creare connessioni semantiche tra pezzi di realtà apparentemente molto distanti, nascondendo in essi le stesse radici. Qualche bell’esempio per rendere l’idea, anche se nella traslitterazione molto della connessione segnica tra concetti svanisce: kasherut, purezza religiosa ebraica, e heder (‘stanza’) kasher, ‘palestra’; lachshov, ‘pensare’, e machshev, ‘computer’, hashbon, ‘il conto’; haver, ‘amico’, e hibur, ‘somma’, hevrah, ‘società’, hevrati, ‘sociale’; lekabel, ‘ricevere’, e kabalah, ‘scontrino’, Kabalah, ‘tradizione mistica ebraica’, hitkablut, ‘ammissione’, kibbul, ‘capienza’;  in ultimo, come tributo al mio ospite, lekabbetz, ‘unire’, kvuzah, ‘squadra’, e kibbutz.
Si capisce dunque la mia emozione quando, due giorni fa, leggo infine la didascalia sull’interruttore generale della sala macchine ‘שטיפת כלים’, letteralemnte ‘inondazione di strumenti da lavoro’, letto ‘shtifat kelim’. Quel che ho fatto fin dal primo giorno del mio arrivo, mentre agognavo l’arrivo delle piogge per vedere la potenza degli ‘shitafon’, non è stato altro che attivarne, spegnerne e ripulirne uno artificiale.

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